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Cado finalmente in ginocchio…

30/06/2012

Posso vivere per te? Portarti nel mio corpo perché tu esista per i cinquanta o sessant’anni che ti hanno rubato?

Non è ricordarti ciò che voglio, ma vivere la tua vita, essere te, che ami, che senti e palpiti in me, che in ogni mio gesto sia un gesto tuo, che la mia voce sia la tua voce. Cancellarmi, sparire affinché tu prenda possesso di me, figlia mia, affinché la tua infaticabile e gioiosa bontà sostituisca completamente le mie annose paure, le mie povere ambizioni, la mia esausta vanità.

Gridare fino a perdere il fiato, lacerarmi i vestiti, strapparmi i capelli a ciocche, coprirmi di cenere, così voglio soffrire questo lutto, ma da mezzo secolo pratico le regole della buona educazione, sono esperta nel negare l’indignazione e nel sopportare il dolore, non ho voce per gridare.

…Non devo opprimerti con il mio pianto. Sto soffocando la pena trattenuta, esco sulla terrazza e l’aria non mi basta per tanti singhiozzi e la pioggia non mi basta per tante lacrime. Allora prendo l’auto ed esco dal paese diretta verso i monti, e quasi alla cieca raggiungo il bosco delle mie passeggiate, dove tante volte mi sono rifugiata a pensare da sola.

Mi inoltro a piedi per i sentieri che l’inverno ha reso inservibili, corro inciampando tra rami e pietre, aprendomi il passo nella verde umidità di questo vasto spazio vegetale, simile ai boschi della mia infanzia, quelli che attraversai su un mulo seguendo i passi di mio nonno.

Cammino con i piedi infangati e gli abiti inzuppati e l’anima che sanguina, e quando si fa buio e non ne posso più di camminare e inciampare e scivolare e rialzarmi e proseguire incespicando, cado finalmente in ginocchio, mi strappo la camicetta, saltano i bottoni e con le braccia in croce e il petto nudo grido il tuo nome, figlia mia.

La pioggia è un manto di buio cristallo e le nubi scure si affacciano tra le chiome dei neri alberi e il vento mi morde i seni, mi penetra le ossa e mi ripulisce dall’interno con i suoi stracci gelati.

Affondo le mani nel fango, raccolgo manciate di terra e me le porto alla faccia, alla bocca, mastico grumi salati di melma, aspiro a boccate l’odore acido dell’humus e l’aroma medicinale degli eucalipti.

Terra, accogli mia figlia, ricevila, avvolgila, dea madre terra, aiutaci le chiedo e continuo a gemere nella notte che mi cala addosso, chiamandoti, chiamandoti.

Laggiù in lontananza passa uno stormo di anatre selvatiche e si portano via il tuo nome verso sud. Paula, Paula…

(Isabel Allende, Paula)